La prima descrizione del Forte di
Capo Passero è riportata in un manoscritto custodito
nella Biblioteca Riccardiana di Firenze. Il manoscritto
è opera di Erasmo Magno da Velletri che
tra il 1597 e il 1616 compì
varie spedizioni su una galera toscana lungo le coste del Mediterraneo
a caccia di navi barbaresche. In esso è contenuto anche
un disegno acquarellato, realizzato alla fine di maggio
del 1611, il primo che raffigura il forte dopo la sua
costruzione, anche se in maniera alquanto imprecisa. L'autore,
alla sua decima navigazione, così descrisse l'arrivo a
Capo Passero:
"Et
havendo bon tempo (la
nave) se ingolfò per la volta di Calabria et il lunedì
adì 30 (maggio 1611) pensandomo di esser al sopradetto
terreno la nave seguente si voltò per la Sicilia verso
Cavo Passero, ove ve è un circolo grandissimo et nel corno
sinistro ve è una bellissima fortezzina di sito quadrato
per guardia di detto cavo per esser prima refugio di cursari.
Si come il suo disegno demostra".
Nella tredicesima navigazione, compiuta nel 1614,
Erasmo Magno da Velletri ritornò a Capo Passero:
"…et
il venerdi ad hore 15 adì 20 (giugno) si prese
il terreno di Sicilia sopra Cavo Passero, et la sera se andò
a detto Cavo per saper nova si come di sopra, et quivi fu detto
che 61 galere turchesche erano andate a Malta, et che havevano
messo in terra havendo abrugiato la chiesa di S.ta Chaterina,
et un altro villaggio, ma che non havevano possuto far niente
con perdita dell’una, et l'altra parte, et che poi andorno
alli gozzi (isola di Gozo) ma non ferno niente, et per
questa causa tutta la Sicilia era in arme con grandissima quantità
di cavalleria, et infanteria".
L'episodio è veritiero e conferma l’attendibilità
della fonte. Lo sbarco di circa sessanta galere corsare a Malta
nel 1614 e il saccheggio che ne seguì
sono rimasti famosi nella storia di quell'isola.
Il primo rilievo architettonico (planimetrico e prospettico)
del forte di Capo Passero lo troviamo in un altro manoscritto,
dal titolo Plantas de todas las placas y fortalecas del
Reyno de Sicilia, datato 1640 e custodito
nella Biblioteca Nazionale di Madrid. Ne furono
autori Francesco Negro, maestro incisore e disegnatore,
e Carlo Maria Ventimiglia, nobile palermitano,
con la speciale nomina di "Vissitador General".
L'opera fu commissionata nel 1633 direttamente
dal re Filippo IV, che voleva
conoscere la situazione del Regno di Sicilia per quel che concerneva
las fuercas, cioè le città murate, e los
castillos. Al manoscritto, che riporta le piante delle principali
città marittime fortificate ed i particolari architettonici
delle singole fortezze, se ne affiancano altri due, con le relazioni
sulle ispezioni effettuate nonché le osservazioni topografiche
delle levate di campagna. Gli autori vi inserirono pure i rilievi
dell’Isola di Capo Passero e del forte che vi si erge sopra:
"…di
tutte queste (città marittime) si sono cavate le piante,
e dei castelli loro non solo le piante, ma anco le prospective,
per ordine di Sua Maestà. Di più si sono aggiunti
le piante et le prospective delli infrascritti castelli: cioè
del Capo Passaro, della Brucula, del castello di Jace e del castello
di S. Alesi".
Al foglio 47 del primo manoscritto si trovano
la pianta del "Forte di Capo Passaro"
e il suo alzato assonometrico, disegnati dal Negro tra il 1639
e il 1640. Si può notare, oltre alla precisione del rilievo,
la perfetta corrispondenza con l'attuale planimetria, non avendo
subito, il forte, alcuna modifica della distribuzione degli spazi
interni nel corso di oltre 400 anni. L'unica differenza è
data dalla rampa di scale esterna che originariamente era rettilinea,
mentre già dagli inizi dell'800 presentava l’attuale
forma a L. Anche il disegno tridimensionale del forte
è sostanzialmente fedele alla situazione attuale, ad eccezione
delle due garitte sulla terrazza non più esistenti.
Nel secondo manoscritto si trova la seguente
descrizione:
"Il
forte di Capo Passero è posto sopra una peninsola di forma
ovale detta il Passerino, che si sporge dal promontorio detto
dagl'antichi Pachino. (…) Vi è sopra un pozzo d'acqua
dolce, qual è fama d'esser stato fatto dal Bassà
Cicala (Sinan Pascià, corsaro di origine messinese, il
cui vero nome era Scipione Cicala) innanzi che vi si fosse fatto
il forte. Ha la peninsola nell'intorno molti ridotti, ma vi è
famoso il ridotto detto volgarmente del Larone, dove possonsi
radossare due galiotti (…) In questa peninsola è
situato un forte in posto dove le cale et i porti vengono scoperti.
All'incontro della gola di essa peninsola sarebbe necessario un
altro forte per difesa di quella e del forte sotto. Vi è
una mezza columbrina di 18 libri di palla. Un mezzo cannone è
di 13 libri. Due sagri di 10 e 9 libri, due pietreri di 22 libri".
Il terzo manoscritto riporta un’altra interessante
descrizione:
"La
peninsola che si separa con un picciolissimo stretto dal promontorio
Pachino, che vulgarmente l'appellano il Passerino. Nella peninsola
del Capo Passaro, settant'anni sono, si risolsero quei antichi
fabricarvi di sopra, si come ferno, una fortezza per impedire
al nemico di non poter stantiare co suoi vascelli nel porto Longobardo
e nel ridosso del pedale, dove si fa la tonnara. Invero la deliberatione
fu ottima, ma la fortezza che vi stabilirono, così circa
la fabrica come anco dello luoco dove la posero, non fu, a mio
giuditio, la resolutione dell’ingegniero accertata. In quanto
alla fabrica la ferono tanta piccola e stretta che, per accomodarci
poi le stanze dei soldati con mogli et figlioli, stanno angusti
di maniera che non so come vivano, di maniera che si può
appellare più tosto torre che fortezza".
Ricorre qui la particolarità di quest'opera di difesa,
che ha poche analogie con le altre fortificazioni costiere siciliane.
Infatti, è più piccola dei castelli delle piazzeforti
urbane ma è molto più grande delle classiche torri
d’avvistamento.
"La
fabricorono poi nell’estremo et alto della peninsola, distante
dal porto Longobardo poco men che 2/3 di miglio e così
anco dal Pedale, di maniera che per far punteria bisogna donar
elevatione ai pezzi...".
Un altro disegno seicentesco del forte si deve al pittore
olandese Willem Schellinks che, nel 1664,
mentre si recava a Malta, passò una notte a Capo Passero.
Il forte, ripreso dalla costa, è raffigurato nei suoi particolari
essenziali, alquanto precisi; si intravedono chiaramente anche
gli altri fabbricati all'intorno compresa la chiesetta dedicata
alla Madonna del Monte Carmelo che, probabilmente,
è coeva al forte. Sono assenti, invece, i magazzini della
tonnara, forse di costruzione più tarda.
Un'ulteriore descrizione del forte e del suo impiego verso la
fine del '600, è riportata nel Portulano del Regno
di Sicilia del capitano Filippo Geraci:
"Capo
Passaro, anticamente nominato Pachino; detto capo è isolato,
e nella punta orientale una buonissima fortezza con molti soldati,
e artegliaria, alla quale ogni sorte di bastimento, che passa
di giorno vicino a lei, si deve far segno con la loro bandiera,
e di notte si deve far segno con qualche lampione. (…) Detto
Capo Passaro doppo di essere stato isolato, e diviso dalla Sicilia
per diversi anni s'ha visto di nuovo congionto nell'anno 1690.
S'avvertisce che il passaggio o canale di detta isola del Capo
Passaro, è seccagno dentro il quale solamente ci possono
passare barchette di remo. (…) Ultimamente è di bisogno
da per tutto stare con grandissima vigilanza per occasione delli
corsali, e quando si sorge sotto di detta isola da una parte,
e l'altra, si deve andare per la prattica con la patente di sanità
con demonstrarla al castellano di detta fortezza".
Occorreva, infatti, cautelarsi nei confronti della peste, quel
tremendo morbo proveniente dall’Oriente, di cui i naviganti
potevano costituire veicolo di contagio.
E' del 1705 un manoscritto in lingua spagnola,
redatto dall'ingegnere militare italiano Giuseppe Formenti,
dal titolo "Descripzion de la Isla de Sicilia
y sus costas maritimas", custodito nella Biblioteca
Nazionale di Vienna e rimasto per lungo tempo sconosciuto
agli storici. Vi si trova un'interessante planimetria a volo d’uccello
della "Pen Isla, y Castillo de Cavo Pajaro",
molto particolareggiata soprattutto per quanto concerne l’ubicazione
del forte, della chiesetta e dei magazzini della tonnara. Nel
testo si legge che:
"…al
di là della baia di Vendicari, dove affiorano vari isolotti,
si trova un'altra baia più aperta, seguita dalla penisola
di Capo Passaro o promontorio di Pachino che a volte, a causa
delle tempeste, viene separato dalla terraferma essendo il suo
istmo sabbioso e molto stretto. Su questa penisola è situato
in una posizione molto buona il castello di forma quadrata, semplice
come un fortino senza baluardi, costruito per impedire il riparo
a navigli o altre imbarcazioni corsare pronte alle incursioni".
Nel 1713, ultimo anno della dominazione dei
re di Spagna, il capitano don Giuseppe Gari di Taormina
scrisse un "Trattato delle piazze d’armi
e fortezze del Regno di Sicilia". A proposito
del Capo Passero affermava:
"Distante
da Seragosa (Siracusa)
sessanta miglia, sopra la punta di detto capo, vi è un
castello con suo ponte tagliato (ponte levatoio), sua
strada coperta cinta di palizata, con dieci pezze di artigleria
che difendono il mare come ancora la campagna, presidiato da Spagnoli.
Il castellano don Francesco Carta, inizaro (nativo) di
Palermo. Presidiato da venticinque soldati, capace di centoventi
soldati".
In seguito al trattato di Utrecht (1713),
il Regno di Sicilia passò al duca di Savoia,
Vittorio Amedeo II. In quello stesso anno il
nuovo sovrano diede incarico al cavaliere Alessandro Ignazio
Francesco di Castellalfero, ingegnere e colonnello d’artiglieria,
di compiere un'attenta ricognizione lungo le coste siciliane perché
riferisse sullo stato delle fortificazioni e sull'armamento delle
piazzeforti esistenti. Nella "Relatione
historiografica delle città,
castelli, forti e torri esistenti né littorali del Regno
di Sicilia" (edita nel 1714)
leggiamo:
"…sopra
la punta di Portopalo e quella della Pizzuta, e scorsa la cala
del Corvo, si giunge all'isola e punta di Capo Passaro, piana
e scogliosa, con torre ivi o sij castello, assai grande e forte,
munita di due cannoni di metallo e quattro di ferro e custodita
da uomini di guardia e un castellano, avvertendo che il piccolo
canale di mare che la divide detta isola da terra è tanto
secco dalla parte di mezzo giorno, che si può tragittare
sopra un cavallo, e però solo dalla parte di tramontana
ponno entrarvi li bastimenti. Seguendo la via per la faccia di
levante e con la prora a tramontana, si vedono poggiar sopra le
ripe assai alte molti scogli e rocche, tra le quali essendovi
molti ridotti per piccole fuste si vede sopra situata la tonnara
di Capo Passaro, qual serve all'andata e ritorno (della passa
di tonni), e continuandosi per ripe alte, scogliose et inaccessibili,
si giunge alla punta di Palombo, sopra l’altezza della quale
si vedono ancor le vestigie d’una torre (Torre Fano),
qual serviva per il fano o sij guardia del segno".
Nel 1719 venne stampata a Vienna
una "Description de l’Isle de Sicile"
a cura di Pierre del Callejo y Angulo,
autore di cui non esistono riferimenti biografici. La pubblicazione,
scritta in lingua francese, costituisce sostanzialmente un plagio
letterario del manoscritto del Formenti del 1705. Infatti, sia
la planimetria della penisola di Capo Passero che la descrizione
del litorale sono praticamente identiche a quelle dell'ingegnere
italiano.
Nel corso del '700 il forte servì anche da prigione e
luogo di confino per i soldati che avevano avuto noie con la giustizia
e questa funzione fu poi mantenuta fino ai primi decenni del secolo
successivo. L'abate catanese Vito Amico, verso
il 1760, così scriveva nel suo "Dizionario
topografico della Sicilia":
"E’
in questa penisola una munitissima fortezza fabbricata nel secolo
scorso, fornita di artiglierie e con un prefetto ed un presidio
contro i pirati affricani in difesa delle spiagge vicine dell'isola;
ci hanno anche delle carceri pei nocevoli".
Un'interessante testimonianza sulla destinazione dell'Isola
di Capo Passero a luogo d'esilio e di confino ci viene da Patrick
Brydone, un aristocratico scozzese che visitò
la Sicilia nella primavera del 1770. Giunto a
Capo Passero il 2 giugno, a bordo di una piccola
imbarcazione proveniente da Siracusa e diretta a Malta, così
descrisse le sue impressioni:
"Capo
Passaro (…) non è una penisola, come viene presentata
in tutte le carte, ma un misero isolotto senza vegetazione che
misura circa un miglio di circonferenza; sopra c’è
un forte, e c'è una piccola guarnigione che ha il compito
di proteggere la regione circostante dalle incursioni dei corsari
barbareschi, spesso molto molesti su questa parte della costa.
L'isolotto con il suo forte (…) è separato dal resto
della Sicilia da uno stretto di circa mezzo miglio".
L'indomani mattina Brydone fece la conoscenza di un ufficiale
del forte:
“Dalla
conversazione che abbiamo avuto risulta che il forte di Capo Passero
serve come luogo d’esilio per i delinquenti militari, e
non ho il minimo dubbio che anche costui sia del numero. Ci disse
che due parenti stretti del viceré vi erano stati confinati
recentemente per cattiva condotta; lui, dal canto suo, pur trovandosi
in una simpaticissima guarnigione, aveva chiesto di accompagnarli
perché gli piaceva la solitudine. Comunque sia, il suo
modo di fare tradiva ben altro, dichiarava anzi senza mezzi termini
che era un très mauvais sujet (un
pessimo soggetto).
Bisogna riconoscere che questo è un ottimo esilio per un
giovane scapestrato che vuole sparire dal beau monde. Nel raggio
di molte miglia non ci sono né città né villaggi,
sicchè il signorino può assaporare la solitudine
più perfetta”.
Nel 1809 giunse a Capo Passero un altro viaggiatore
straniero, lo scrittore e drammaturgo inglese John Galt,
che nel tragitto da Siracusa a Malta fu costretto dal maltempo
a ripararsi presso l’isola. Ecco un brano tratto dal suo
resoconto di viaggio.
“Era il 14 di dicembre quando, in piena navigazione,
il vento ci si rivoltò contro, poco prima che giungessimo
a Capo Passero, e ci obbligò a fermarci sulla spiaggia,
dove restammo sette giorni, in uno stato scomodo e precario (…)
Mentre ci trovavamo a Capo Passero, mi recai su un'isola che si
trova ad una brevissima distanza dalla spiaggia, e su cui si trova
un piccolo castello, usato come prigione di stato e come luogo
di confino per criminali che sono stati condannati ad una reclusione
perpetua. Il castello è una grande torre quadrata sulla
quale sono montati dieci o dodici pezzi di cannone. L’ingresso
è così stretto che permette il passaggio di una
sola persona alla volta. Entrando, fui alquanto intimidito dai
visi non rasati e accigliati delle persone che incontrai".
Tuttavia l’inglese rimase in seguito sorpreso dall’eleganza
delle figlie del castellano e dal loro nobile portamento, in un
luogo così distante dalla società.
Nel 1816 l'ufficiale della Marina britannica
sir William Henry Smyth, nel corso di un'indagine
conoscitiva sulle fortificazioni costiere siciliane, visitò
il Forte di Capo Passero. A conferma che questo era ancora luogo
di esilio per i peggiori criminali, ci ha lasciato un interessante
racconto:
"Quest’arida
isola, nel punto più estremo dei desolati deserti della
Sicilia, sembrava progettata dall’uomo e dalla natura come
luogo di esilio per i peggiori criminali sotto il controllo di
qualche bandito graziato e, nello sbarcare, lo sgradevole pregiudizio
venne rinforzato nella mia mente dalla vista di due croci che
si trovavano nell’erba rachitica, ad indicare il luogo dove
erano stati perpetrati due assassini (…) Grande fu perciò
la nostra sorpresa quando, entrando nella torre, fummo accolti
sul ponte levatoio da un vecchio gentiluomo d’antico stampo,
con venerabili capelli bianchi e le decorazioni dell’ordine
di Costantino sulla sua antiquata ma linda uniforme. E fummo ancor
più sorpresi quando ci presentò alla sua famiglia,
formata da sua moglie, due figlie già cresciute ed un figlio
che con cortesia e garbo era stato cresciuto in questo luogo abbandonato.
Il nostro arrivo fu salutato dalla famiglia, dall’aiutante
e dal cappellano, come uno degli eventi più fausti, e durante
gli otto giorni che rimanemmo lì un’ospitale gentilezza
confermò la sincerità delle loro dichiarazioni.
Tuttavia scoprimmo che questa piccola comunità aveva molti
degli stessi problemi che travagliano e disturbano la quiete delle
società più grandi, e che grande era la vanità
del vecchio gentiluomo, il quale mandava gli inviti alla nostra
tenda su carta così stampata:

CAVALIER
D. ORAZIO
MOTTOLA
Dé Marchesi dell’Amato, Maggiore dé R. Eserciti
di S.M. (D.G.)
Comandante Proprietario del R. Forte, ed Isola di Capopassero,
suo
Littorale, e di Real Ordine incaricato delle funzioni di Commissario
Reale di Guerra del medesimo Forte, e Deputato D’Alta
Polizia, ec. ec.
L’ho
conservato, pensando che il marinaio di passaggio, mentre simpatizza
(come sempre è il caso) con la povera gente che si suppone
viva in questo luogo desolato, può forse essere divertito
da un’etichetta come questa di Capo Passaro, che allo stesso
tempo gli insegnerà come si possano trovare vecchi ufficiali
i quali preferiscono essere importanti in un luogo simile piuttosto
che vivere in insignificante oscurità in una città”.
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