Il Forte di Capo Passero
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Ubicato nell'estrema punta meridionale della Sicilia,
il Forte di Capo Passero
è una pregevole opera di architettura militare
realizzata agli inizi del '600.
Meticolose ricerche storico-archivistiche
permettono oggi di conoscerne la vera storia.
LA STORIA DEL FORTE DI CAPO PASSERO
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Una leggenda, che si perpetua da secoli e che trae origine da un equivoco storico, vuole che il famoso corsaro Dragut sia stato l’artefice di un cruento assalto al forte dell’Isola di Capo Passero nell’anno 1526. In realtà, il Dragut, morto nel 1565, non arrivò mai a vedere il forte poiché questo fu costruito agli inizi del ‘600. L’equivoco nasce dal fatto che nel 1563 (e non nel 1526) il terribile rais aveva preso di mira e semidistrutto l’antica torre di avvistamento di Capo Passero, oggi conosciuta col nome di Torre Fano, ubicata non sull’isola ma di fronte ad essa, sul punto più alto del Promontorium Pachyni. Allo stesso modo è destituita di ogni fondamento la notizia, riportata in alcuni testi, che il forte sia stato edificato per volontà dell’imperatore Carlo V, dal momento che questi rese l’anima a Dio nel 1558.

I primi documenti che attestano la volontà di costruire una nuova struttura difensiva a Capo Passero risalgono al 1583. Il 28 aprile di quell’anno, infatti, la Deputazione del Regno di Sicilia, presieduta dal viceré Marcantonio Colonna, ordinò all’ingegnere catanese Giovanni Antonio Nobile di recarsi sui luoghi per progettare una torre o un forte, da presidiare con una guarnigione armata, che permettesse di porre un freno alle continue scorrerie turco-barbaresche che flagellavano il territorio e procuravano enormi danni alle attività economiche. L’ingegnere Nobile realizzò il progetto, ma è solo tredici anni più tardi, nel 1596, che la Deputazione espresse la ferma volontà di porre in cantiere l’opera lungamente procurata d’un forte designato a Capo Passero, preventivando una spesa di 18.000 scudi.

I lavori di costruzione veri e propri iniziarono nella primavera del 1599, sotto la direzione dell’ingegnere regio Diego Sanchez (il Nobile nel frattempo era deceduto), ma si interruppero l’anno seguente per mancanza di fondi. Nel luglio del 1600, per fortificare il Capo Passero, il Parlamento siciliano offrì al re di Spagna Filippo III un donativo di 21.000 scudi, imponendo una tassa a tutte le città e terre del Regno di Sicilia.

I lavori di costruzione ripresero nella primavera del 1603, per completare le mura esterne del forte, mentre agli inizi dell’anno seguente fu bandito l’appalto per realizzare gli alloggi destinati ai soldati e agli ufficiali. Ad aggiudicarsi l’appalto fu il capomastro Domenico Caristia, originario di Messina, il quale era tenuto ad impiegare nel cantiere almeno dodici mastri muratori effettivi, oltre ai manovali necessari, con l’obbligo di fabricare di continuo, senza mai levar mano. Nell’aprile del 1604 nel forte era già presente una compagnia di fanteria spagnola, forse alloggiata in baracche di legno. Quello stesso mese, su richiesta del capitano d’armi Giovanni Arrojo, comandante della guarnigione, arrivarono da Siracusa, via mare, due cannoni di bronzo, cinquanta palle di ferro, trenta archibugi, trenta mezze picche ed una notevole quantità di polvere da sparo.

Tre anni più tardi, nel settembre del 1607, il progetto originario del forte (che probabilmente prevedeva solo alcuni vani al piano terra) fu completato sotto la direzione tecnica dell’ingegnere Giulio Lasso. Gli ultimi interventi riguardarono la posa in opera di tre tabulas lapideas: lo stemma di Filippo III, re di Spagna e di Sicilia, quello del viceré Giovanni Ferdinando Paceco e una lapide commemorativa cum literis sculptis. Gli stemmi e la lapide, realizzati a Noto, furono trasportati fino al porticciolo di Eloro e da qui imbarcati per raggiungere il forte via mare.

Lo stemma del re, scolpito nella pietra arenaria, fu collocato sopra il portale d’ingresso del forte, dove tuttora si trova; esso è costituito dalla grande aquila del Regno di Sicilia recante in petto lo scudo del Commonwealt iberico con le armi della Casa d’Asburgo. Lo stemma del viceré così come la lapide con l’iscrizione (posta sotto lo stemma del re), sono sfortunatamente andati perduti.

Il 2 ottobre dello stesso anno (1607) giunse in visita al forte il viceré Paceco, insieme a tutta la sua famiglia e ad un numeroso seguito di notabili, ministri, ufficiali, soldati e personale di corte. Il viceré, con molta probabilità, era atteso per presiedere alla cerimonia di inaugurazione.

A quel tempo il forte presentava una struttura molto diversa da quella attuale, con le mura esterne interamente a scarpa, inclinate cioè fino alla sommità dell’edificio, e con delle merlature in cima. Tale configurazione, riferibile forse al progetto originario elaborato dall’ingegnere Nobile, ci è nota grazie ad un disegno acquerellato realizzato nel maggio del 1611 da Erasmo Magno da Velletri, che definì la fabbrica una bellissima fortezzina di sito quadrato.

Nello stesso periodo la guarnigione del forte era costituita dal comandante (con il titolo di castellano), un sergente, due artiglieri, un munizioniere, un timpanista e sette soldati semplici, oltre che da un cappellano e un barbiere. I militari erano tutti di nazionalità spagnola, tranne gli artiglieri e il timpanista, che erano italiani, così come il cappellano e il barbiere.

Nel 1615, su progetto dell’ingegnere regio Raffaele Locadello, si diede inizio ad una nuova fase di lavori per apportare modifiche alle mura esterne del forte e per realizzare la cisterna e altri vani al piano terra. Ad aggiudicarsi il nuovo appalto fu mastro Francesco Sortino, mentre mastro Corrado Celestri ebbe l’incarico di lavorare d’intaglio la pietra arenaria, la quale veniva estratta dalle perrere di Morghella e trasportata fino a Capo Passero per mezzo di barche. Nel novembre del 1616, tuttavia, su suggerimento dell’ingegner Locadello, che reputava la roccia delle cave di Morghella troppo dura per essere facilmente lavorata, la Regia Corte raccomandò ai cavatori di prelevare la petra giorgiolena dalle rovine del sito greco di Eloro e dalle cave di Cala Rossa, nei pressi della torre di Vendicari. Un nuovo incarico per la fornitura di pietra arenaria fu quindi assegnato a mastro Francesco Nastasi, fabbro pirriatore, mentre il lavoro d’intaglio della pietra fu affidato a mastro Gaspare Butera, esperto scalpellino.

Le fonti documentarie indicano che i lavori di costruzione del forte procedettero con una certa regolarità fino al 1619 per poi subire un rallentamento. Nell’estate del 1627 la Regia Corte stanziò altre 600 onze, probabilmente per completare le stanze del piano superiore, ma anche stavolta i lavori segnarono il passo.

Nel novembre del 1632, pertanto, su ordine del viceré Ferdinando Afan de Ribera, duca di Alcalà, si bandì un nuovo appalto con il risoluto intento di terminare et finire il regio forte di Capo Passero, dotandolo di tutte quelle porte, finestre, camini e volte di copertura che ancora mancavano e realizzando anche due garitte sulla terrazza. Aggiudicatario dell’appalto risultò mastro Mariano Celestri che portò a compimento l’opera nell’arco di tre anni.

L’ultima notizia sui lavori di costruzione del forte è, infatti, del novembre 1635 e riguarda la realizzazione della balaustrata seu parapetto delli currituri che circaxino li cameri intro la fortezza di Capo Passero.

Il forte svolse egregiamente la sua funzione di baluardo contro le incursioni turchesche per circa due secoli, senza essere mai espugnato e senza subire cannoneggiamenti, uscendo indenne perfino dalle forti scosse di terremoto che l’11 gennaio 1693 sconvolsero tutto il Val di Noto, decretando la distruzione di intere città. Nel tempo il forte fu adibito a prigione e a luogo di confino per i soldati che avevano avuto noie con la giustizia e il 1848 è l’ultimo anno in cui si ha notizia della presenza al suo interno di militari in custodia di alquanti condannati per reati comuni.

Nel corso dell’800 il forte ospitò anche una stazione telegrafica che impiegava un telegrafo ottico modello Depillon a tre braccia collegato visivamente con la stazione del Lido di Noto.

Dal 1871, con la costruzione di un piccolo faro sulla terrazza, il forte fu abitato da personale della Marina Militare Italiana, che provvedeva all’accensione notturna dell’impianto. Solo alla fine degli anni ’50 del Novecento, quando il faro fu provvisto di un congegno di accensione automatico, il servizio di guardianìa terminò e il forte non costituì più un presidio militare.

(ultimo aggiornamento: 11/06/2014)

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